ARCHITETTURA E CINEMA CULT: quando la forma segue la finzione

Cos’hanno in comune Ridley Scott, Alfred Hitchcock e Michelangelo Antonioni con Frank Lloyd Wright? Jean-Luc Godard e Adalberto Libera? Stanley Kubrick e Norman Foster? Architetti e registi riflettono sulle storie che gli edifici possono raccontare, vere o verosimili che siano: l’architettura sul grande schermo solleva interrogativi e si apre ai possibili della narrazione. Quando superfici e volumi, luci e ombre si prestano al gioco delle apparizioni, cinema e architettura, finzione e realtà, respirano di suggestioni reciproche che lasciano una traccia indelebile nell’immaginario collettivo. Se la forma architettonica di natura segue la sua funzione, sul grande schermo si trova a fare i conti con la finzione e diventa personaggio, imbrigliata nel tempo non lineare e infinitamente riproducibile della pellicola.

LA ENNIS HOUSE DI WRIGHT IN BLADE RUNNER

Fin dalle sue origini il cinema si è rivolto all’architettura per immaginare la forma di un futuro abitabile. Con androidi e macchine volanti nella giungla urbana di Blade Runner Ridley Scott ha delineato un’idea distopica di futuro che dal 1982 permane ancora oggi: per farlo il regista britannico, all’ombra della cattedrale futurista di Fritz Lang (Metropolis, 1927), si è servito delle suggestioni visionarie offerte dal padre dell’architettura ‘organica’, Frank Lloyd Wright.

I blocchi tessili di cemento a motivi geometrici che decorano la sua Ennis-Brown House hanno assunto nel cinema di Scott significati non previsti dal loro architetto: costruita per Charles e Mable Ennis sulle colline di Los Angeles, la villa è il progetto del 1924 esoticamente insolito di Wright, ispirato alle costruzioni precolombiane. Ridley Scott ha scelto il lato “oscuro” di quei mistici arabeschi ricamati dalla luce californiana e Blade Runner ne ha consacrato per sempre la loro immagine: la Ennis House è diventata la metafora per raccontare la fine di una civiltà al tramonto, la nostra. 

Se la vera Ennis House è stata oggetto delle riprese esterne, le sue geometrie sono state ricostruite in studio per la decorazione dell’appartamento del protagonista, il cacciatore di replicanti Deckard-Harrison Ford, e dell’ingresso monumentale del grattacielo in cui abita. Nella nebbia tossica di una Los Angeles post-apocalittica, gli umani non si distinguono dai replicanti, mentre passato e futuro si sciolgono sotto una pioggia acida incessante. L’ambientazione di Blade Runner evoca tempi scomparsi in un presente che si sgretola inesorabilmente: tracce azteche ed egizie, labirinti di scale in stile coloniale, pezzi d’arredamento déco si mescolano a colossali display pubblicitari con geishe ammiccanti. 

La raffinatezza di fine ‘800 dell’Argyle Chair ‘migra’ dalle sale da té moderniste di Glasgow nel 2019 di Blade Runner: creata dall’architetto scozzese Mackintosh, l’inconfondibile alto schienale in frassino nero e il poggiatesta ovale intagliato a rondine incoronano la replicante Rachael come la nuova regina di un mondo in declino, in cui la manualità artigianale è stata spodestata dalla produzione in serie. 

 

L’iconico Bradbury Building è il più antico edificio commerciale di Los Angeles: commissionato dal milionario Lewis L. Bradbury, fu ideato nel 1893 dal disegnatore George Wyman, su progetto originale dell’architetto Summer Hunt. Il design dell’edificio è stato ispirato dal romanzo fantascientifico di Edward Bellamy “Looking Backward: 2000-1887”, in cui l’autore descrive una società utopica dell’anno 2000. Sembra che Wyman per il suo progetto si sia basato su questo passaggio del libro: “Era il primo interno di un edificio pubblico del ventesimo secolo che avessi mai visto … Ero in una vasta sala piena di luce, ricevuta non solo dalle finestre su tutti i lati, ma dalla cupola, la cui punta era a cento piedi sopra”. In Blade Runner il Bradbury Building diventa l’appartamento del genetista J.F. Sebastian: le scale nella scena in cui Rick Deckard si introduce nell’edificio abbandonato per dare la caccia ai replicanti Roy Batty (Rutger Hauer) e Pris (Daryl Hannah) sono quelle del meraviglioso atrio dell’edificio.

Il 2020 deve fare i conti con “cose” che noi umani (purtroppo) abbiamo visto davvero, in una realtà che ha superato i modi della finzione più esasperata: la sopravvivenza è in un altro mondo, ma questo Ridley Scott già l’aveva anticipato.


LA CHEMOSPHERE DI LAUTNER

Lussuose, faraoniche, avveniristiche: la settima arte ha un debole per le architetture moderniste, meglio se inerpicate su terreni impossibili e sospese nel vuoto. Si pensi al successo della Malin House Chemosphere di John Lautner, architetto che non a caso vanta un praticantato proprio nello studio di Frank Lloyd Wright all’epoca del progetto per la Casa sulla Cascata (Fallingwater, 1936). 

A budget limitato (140.000 dollari) ma dall’impatto cinematografico enorme [Body Double di Brian de Palma, 1984; Charlie’s Angels, 2000], la Chemosphere sfida dal 1960 le leggi di gravità, come un’astronave ottagonale atterrata sulle colline di Hollywood. Il terreno in pendenza di 45 gradi fu un regalo di nozze del suocero a Leonard Malin: Lautner ha progettato una casa di 2200 piedi quadrati sostenuta da un unico pilastro in cemento di 30 piedi di diametro: nonostante lo scetticismo generale, la casa è sopravvissuta ai terremoti e alle frane degli ultimi 55 anni.

Il cambio di proprietario della Chemosphere nel 1976 potrebbe essere un thriller da cinema: il dr. Richard Kuhn fu pugnalato a morte nella sua casa durante una rapina (i colpevoli sono stati condannati all’ergastolo). Nota come “casa dell’omicidio”, la Chemosphere è rimasta invenduta per vent’anni, finché nel 1998 Benedikt Taschen, dell’omonima casa editrice tedesca, la acquistò e la fece restaurare. Nel 2004 la Chemosphere fu dichiarata Monumento Storico-Culturale di Los Angeles; è stata anche inclusa nell’elenco delle dieci migliori case di Los Angeles stilato su LA Times.


LA VANDAMM HOUSE DI ALFRED HITCHCOCK

Se gli architetti sono costretti a progettare sogni che stiano in piedi, i registi possono costruire capolavori sull’inganno, puntellando una scenografia senza riprenderne il vuoto retrostante.

Anche Alfred Hitchcock nel 1959 s’ispirò all’architettura di Wright per il lussuoso covo della spia Philip Vandamm (interpretata da James Mason): ma, non potendo ricorrere per motivi di budget all’architetto statunitense, per Intrigo internazionale il “maestro del giallo” dovette ripiegare sulla finzione: tramite il matte painting di Matthew Yurichich, l’effetto pre-digitale che dipingeva la location su vetro, ideò una villa dallo spettacolare aggetto nel vuoto vicino al Monte Rushmore, preciso richiamo a Fallingwater. La Vandamm House è correttamente posizionata sotto la collina, nel rispetto degli insegnamenti mimetici di Wright. Le travi di sostegno esterne in acciaio sono invece un elemento che l’architetto statunitense non avrebbe utilizzato, ma erano necessarie ai fini della narrazione, per fornire a Cary Grant l’appiglio per arrampicarsi. La casa è stata quindi interamente ricostruita negli studi MGM di Culver City, proprio come gli interni, ricreati dallo scenografo Robert Boyle.

Il film North by Northwest è stato tra i primi a esaltare la raffinatezza e il lusso dell’architettura modernista: questi edifici, distillato del potere, della ricchezza e dello stile dei criminali che li abitano, sono tutto ciò che il pubblico potrebbe desiderare. Non è un caso se questo stile architettonico sarebbe diventato il marchio di fabbrica di tutti i film di James Bond: si pensi ad esempio a Diamonds are foverer (Guy Hamilton, Una cascata di diamanti, 1971), in cui Ernst Stavro Blofeld, l’antagonista di Bond (Sean Connery), vive nella Elrod House progettata da John Lautner. L’insospettabile entrata si apre su un salone circolare coronato da una cupola conica di quasi 20 metri. Le pareti di vetro incurvato aprono il soggiorno e la piscina interna-esterna sul panorama del Monte San mentre il design hi-tech crea una straordinaria esperienza di spazio che Lautner stesso ha definito architettura senza tempo.


LA VILLA DI ZABRISKIE POINT

Il riferimento alla Vandamm House (e a Fallingwater prima di lei) torna nel 1970, nella scena finale di Zabriskie Point: con una precisione da Oscar esplodeva la lussuosa villa tardo modernista progettata dall’architetto Hiram Hudson Benedict, nel cuore della Death Valley: il regista (e architetto) Michelangelo Antonioni aveva girato alcuni interni nella residenza originale, Boulder Reign in Arizona, per poi far saltare in aria una villa identica fatta costruire per l’occasione. Nell’immaginario del regista ferrarese, questa Fallingwater prosciugata dal deserto incarnava il consumismo e il capitalismo dell’arida società americana e il suo cammeo architettonico la faceva detonare sotto lo sguardo impassibile di 17 telecamere.


LA LOVELL HOUSE DI L.A. CONFIDENTIAL

I nudi edifici razionalisti sono i fogli bianchi sui quali i registi hanno scritto le storie degli inquilini più deviati del cinema: sul grande schermo il modernismo è diventato sinonimo di società arricchita e fuorviata, come se la “macchina per abitare” di Le Corbusier a misura d’uomo si fosse trasformata in una sordida tana del vizio a misura di gangster.

Il medico e naturopata Philipp Lovell sarebbe inorridito nel vedere la sua “Casa della salute” trasformata dal regista Curtis Hanson nel covo del re della droga e della prostituzione Pierce Patchett, protagonista del thriller L.A. Confidential (1997): capolavoro firmato Richard Neutra nel 1929, la Lovell House portava per la prima volta l’International Style in California per mostrare attraverso le sue pareti di vetro il lato vizioso e corrotto della Los Angeles anni ’50.


VILLA MALAPARTE DI ADALBERTO LIBERA

Ci sono dimore razionaliste che non possono fare a meno di parlare dei loro proprietari, nemmeno quando al cinema si ritrovano al servizio della storia di un altro protagonista. Relitto di nave antica che squarcia la cima di una falesia scoscesa di Capri, Villa Malaparte è «una casa di riti e di rituali», scriveva John Hejduk su Domus nel 1980, che attrae come un canto di sirena. La villa nasce dal tormentato incontro nel 1938 fra l’architetto Adalberto Libera e l’istrionico scrittore Kurt Erich Suckert, in arte Curzio Malaparte.

Si consuma in solitudine davanti a un mare che irrompe da tutti i lati: lo scrittore voleva una casa «dura, strana, schietta», come lui. Nel 1963 Godard l’ha resa protagonista nel film Il disprezzo, tratto dal romanzo di Moravia: la grande scalinata esterna che conduce al tetto-solarium ricorda un antico altare sacrificale, se non fosse per quell’unico ricciolo bianco, citazione lecorbuseriana per proteggere gli ospiti illustri da sguardi indiscreti, come l’insuperabile Brigitte Bardot che prendeva il sole nel film di Godard.


LA SKYBREAK HOUSE DI ARANCIA MECCANICA

Il bianco, minimalista e asettico, dell’architettura moderna racconta sul grande schermo l’innovazione della cultura contemporanea e le sue trasgressioni. Stanley Kubrick ha scelto la Skybreak House per girare una delle scene più scioccanti del film Arancia Meccanica: lo stupro della signora Alexander e il pestaggio del marito scrittore sulle note di Singing in the rain. Questa villa hi-tech dell’Hertfordshire è uno dei primi progetti del Team 4 (Su Brumwell, Wendy Cheeseman, Norman Foster and Richard Rogers), lo studio fondato nel 1965 dall’architetto britannico Sir Norman Foster: l’irruzione di Alex e dei Drughi nell’open space permette di scoprirne gli interni, arredati con divani bianchi simili a navicelle spaziali, la lunga pianta scandita da dislivelli.

I riferimenti principali sono la Pop Art e l’Optical Art, che rendono l’arredamento altoborghese della Skybreak in linea con le esperienze artistiche più innovative della loro epoca. Il pavimento d’ingresso a scacchi e a specchi non lascia scampo ai personaggi né all’osservatore, spazio misurato con i battiti accelerati dalla paura; lo stesso disorientamento si avverte lungo il tappeto a motivi esagonali dell’Overlook Hotel, disegnato per l’horror Shining da David Hicks, tra gli interior designer più importanti degli anni Sessanta: la steadycam di Kubrick lo percorre seguendo il triciclo del piccolo Danny nel dedalo di corridoi in cui non esistono punti di riferimento, tranne uno: il numero della camera 237.


In un singolo edificio si nascondono mille scenari latenti, finché su di loro si viene a posare lo sguardo di un regista in grado di liberarli rendendoli protagonisti della sua storia. Cinema e architettura raccontano dell’uomo e della natura, dell’espansione e della compressione di un’idea; ma soprattutto raccontano la sopravvivenza delle opere alla loro funzione originaria, perché quando l’utilità svanisce la loro bellezza resiste al tempo e un’architettura non si può concludere con i titoli di coda. Architetti e registi offrono sempre una seconda possibilità, ai luoghi e agli uomini. 

Serena Tacchini

Articolo pubblicato su Youmanist – BNL Paribas [20.05.2020]


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