JAN VORMANN: FORME D’ARTE TRANSITORIA NELLA SOCIETÀ (CON)TEMPORANEA

«Chiedete a un mattone cosa vuole diventare e lui risponderà un arco. Voi direte che è troppo costoso, al massimo è possibile una piattabanda e lui risponderà: voglio diventare un arco». I mattoncini colorati di Jan Vormann hanno sicuramente meno pretese dei signori mattoni del grande architetto americano Louis Kahn: si limitano a sopperire silenziosamente alle mancanze dei più navigati materiali edilizi. L’artista tedesco viaggia il mondo dal 2010 alla ricerca di crepe, angoli sbrecciati e fessure da riparare con i Lego: partito dal borgo romano di Bocchignano, in occasione del festival d’arte contemporanea 20Eventi, ha “restaurato artisticamente” muri, marciapiedi e strade in diverse metropoli, come Berlino, New York, Tel Aviv, Amsterdam. I mattoni di Vormann si colorano, si miniaturizzano e plastificano: pur perdendo la loro funzione strutturale, riescono ad adattarsi perfettamente a facciate storiche, monumenti e colonne. Il suo progetto s’infiltra nelle pareti del patrimonio culturale o negli angoli meno spettacolari. Scultura, architettura, restauro e design si fondono in un concetto nuovo, il Dispatchwork (ovvero disperate patchwork, ‘rattoppo inusuale’), che allo stesso tempo li prescinde e li comprende tutti.

Dietro ai suoi interventi non c’è un reale intento filosofico: Vormann non costruisce, non ricostruisce e non ripara. Caratteristiche peculiari dei Lego sono la facilità d’incastro e l’apparente indistruttibilità; quella che apportano però è una riparazione unicamente provvisoria, una specie di toppa transitoria alle smagliature del tessuto urbano. Dispatchwork non ha intenzione di sfidare il deterioramento, mira piuttosto a valorizzare la caducità come occasione per la sistemazione e il rispetto dei nostri ambienti. Vormann è un artista concreto che dichiara guerra alle città opache e cerca un modo di attirare l’attenzione del passante distratto e troppo impegnato: desidera portarlo a stupirsi ancora, superando il contesto dominato dalla banalità quotidiana. A questo fine, Vormann gioca con la seriosità delle costruzioni e materializza possibili occasioni di creatività sopita.

L’obiettivo di miglioramento degli spazi pubblici urbani fruiti quotidianamente verte sull’utilizzo di Lego ‘rubati’ direttamente ai bambini, ovvero ai futuri adulti destinati ad abitare città monotone e incolori. Al di là del valore nostalgico per un gioco diventato mito di intere generazioni, il suo progetto, trattando la creatività nella vita quotidiana, agisce sulle possibilità di partecipazione, d’interpretazione personale della realtà. Il messaggio è stato assorbito e ha creato forme di aggregazione spontanea al progetto: il sito dell’artista raccoglie foto delle installazioni create non solo da Vormann in persona ma anche dalla libera iniziativa dei dispatchers di tutto il mondo, che ne hanno colto la provocazione e ‘rattoppato’ edifici nelle propria città.

I Lego resistono al tempo e alle generazioni, una volta smontati sono pronti per creare qualcosa di nuovo. Vormann apre il gioco a chiunque vi voglia partecipare, a ogni passante che riesca ancora a non prendersi troppo sul serio e a guardare il mondo con gli occhi di un bambino.

Serena Tacchini


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