ED FAIRBURN: UNA MAPPA PER TROVARE SE STESSI

Potrebbe trattarsi di pareidolia (dal greco είδωλον, ‘immagine’, e παρά, ‘simile’), ovvero di quell’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili casuali: l’occhio dell’artista gallese Ed Fairburn vede volti di giovani donne tra le linee cartografiche di mappe terrestri e astrologiche. Il suo meccanismo istintivo rinviene suggestivamente la geografia dei volti nel groviglio delle strade, nei nodi degli incroci, nelle aree verdi e nei corsi d’acqua. Talvolta le sedimentazioni di queste linee, quasi come fossero capillari e flussi vitali delle donne ritratte, sono talmente dense da frantumarle come specchi: ne emergono personalità femminili sfuggenti, dai mille riflessi, sogni e segreti. Le strade possono essere rughe che conferiscono esperienza e individualità, mentre le stratificazioni geologiche si radicano come memorie lontane. Sono i casi della signora Germania o di Miss Nord America, nelle quali le infrastrutture artificiali e le conformazioni naturali si fondono, rivelando esseri umani in tutta la loro fragilità, microcosmi integranti del sistema universo. L’artista umanizza anche il planisfero celeste ponendo le donne dinanzi al proprio doppio nella serie dei ritratti astronomici: un tentativo contemporaneo di rappresentare gli impulsi arcaici che avevano mitizzato le costellazioni.

Occhi chiusi ai quali non serve guardare il mondo, tanto ce l’hanno dentro; occhi fissi al futuro davanti a sé, o distolti per delusioni e ferite, come quello riflesso sulla Luna; volti dalle coste frastagliate quando il mare o un lago decidono di prendere il sopravvento. Interiorizzare il proprio ambiente tramite la sintesi di Fairburn è un modo tutto personale di rendere l’appropriazione dello spazio e allo stesso tempo ritrovarsi. La mappa per trovare se stessi si scrive un po’ alla volta, esperienza dopo esperienza, chilometro dopo chilometro: i volti conferiscono intensità e valore al territorio o allo spazio in cui sono iscritti, e, attraverso uno scambio reciproco, superano la mera geografia.

Quelle di Fairburn sono ninfe moderne e distanti, di sospesa e silenziosa sensibilità: fanno proprio uno spazio originario del sentire, in unità con il muoversi per il mondo. Se infatti gli spazi della fisica e della geografia si caratterizzano per un momento gnosico, di conoscenza oggettiva, l’esperienza di questo connubio volto-spazio è un momento patico, una relazione affettiva del nostro rapporto con il mondo, un essere con il mondo, più che d’appropriazione di questo. Il visibile delle mappe porta con sé un orizzonte di latenza e nasconde rinvii immaginari, l’invisibile del visibile che ne costituisce lo sfondo, il nostro sfondo. Le donne di Fairburn hanno trovato il loro posto nel mondo e guardano oltre, ritratte in momenti di privata contemplazione, cui nessuno dovrebbe accedere.

Serena Tacchini

https://edfairburn.com


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