ARCHICINE: QUANDO LE ARCHITETTURE DIVENTANO STAR

Quando le architetture rubano la scena agli attori diventano vere e proprie icone, nonché le muse ispiratrici delle locandine di Federico Babina.

Grafico e architetto italiano con sede a Barcellona, l’ultima volta che si è sentito parlare di lui aveva semplificato in Archipix le complesse personalità di “starchitetti”, ritratti in veste di personaggi di videogiochi in 8-bit. Babina ritorna nel 2014 con i progetti Archiset Archiscene per rappresentare in modo tutto personale il rapporto tra architettura e cinema: la sua serie di locandine esprime appieno l’interazione tra azione e spazio, con forte sbilanciamento in favore di quest’ultimo.

I riflettori sono puntati sui set cult di Antonioni, Hitchcock, Von Trier, Tati, Kubrick, solo per citarne alcuni, mentre gli attori si riducono a silhouettes. Uno sguardo artistico che va ben oltre la fotografia rileva spazi architettonici invadenti, che reclamano un ruolo da star: dalla casa progettata da Soleri per Zabriskie Point, a Villa Malaparte di Libera scelta per alcune scene de Il disprezzo; dall’edificio de La finestra sul cortile alla Sheats-Goldstein House de Il grande Lebowski di Lautner. Le grafiche degli ambienti in questione ne marcano gli elementi essenziali con tratto pulito e lineare, rientrando perfettamente nel minimalismo grafico delle locandine d’artista. Babina opera un processo di stilizzazione ‘per sineddoche’, assimilabile per certi versi a quello del fotografo francese Candice Milon. La parte per il tutto; ovvero, gli edifici cinematografici del graphic designer italiano stanno ai rispettivi film d’autore, come i costumi di Milon stanno al personaggio cult. Ne risultano immagini cariche d’iconicità: la serie del fotografo francese, in particolare, è una vera e propria sfida iconografica, in cui gli attori sembrano essere scomparsi all’improvviso, lasciando al loro posto gli inconfondibili costumi di scena ben ripiegati.

Le locandine di Babina si collocano a metà tra manifesto commerciale e simbolo: il processo astrattivo operato da Babina condensa dentro una sola immagine, un unico edificio, la storia nella sua interezza. Scardina i tradizionali rapporti tra figura e sfondo cui lo spettatore è stato abituato dal cinema americano classico e strizza l’occhio all’osservatore, nel quale il set architettonico si è impresso indelebilmente. La storia c’è e lo spettatore la conosce molto bene, ma basta un colpo d’occhio alla locandina e diventa superflua, è un’aggiunta che, invece di arricchire la situazione, ne restringe il campo: perché se una storia è fatta di molte immagini, un’immagine può contenere moltissime storie.

https://federicobabina.com

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