LA BELLEZZA CHE SALVERÀ IL MONDO

I cento volti della spiritualità moderna si rivelano a Palazzo Strozzi: la fede, il dubbio e il conflitto interiore nelle opere delle Avanguardie di un Novecento lacerato, alla ricerca dell’umanità perduta.

Le mani insanguinate di un secolo che il Sacro e il Bello non sono stati in grado di lavare. Entrambi inutili, di fronte alla forza dirompente di un Novecento che ha perso la fede nel nome del progresso prima di ritrovare una spiritualità autentica. L’uomo-titano della Modernità ha combattuto due Guerre Mondiali sotto un cielo senza stelle: rimane unico giudice di se stesso e presenta il conto al Dio spettatore, ma nel delirio d’onnipotenza perde cuore e radici. Per secoli l’Arte ha dato forma al Dio invisibile incarnato nella Storia ma, quando gli artisti non ne hanno più tollerato i colpi, l’alleanza si è infranta. Solo nel ‘64 Paolo VI sventola bandiera bianca nella Sistina, conscio della necessità di ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti lì riuniti, i “figlioli prodighi”: è il rinnovo del patto che ha il dovere di prendere per mano gli uomini e fornire loro il senso. Allora la Bellezza non solo educherà, ma salverà il mondo; sempre se il mondo si prenderà cura di Lei. Il Novecento continua a riflettere sulla sacralità dell’arte e ridisegna il concetto di Bellezza, adattandolo a dinamiche che hanno stravolto l’armonia rinascimentale. Nasce così una bellezza densa di simboli e interpretazioni, consona all’imperfezione della Babele odierna, esorcizzata nelle sue fragilità; distorta e flagellata, ma pur sempre Bellezza.

Bellezza imperfetta: la Via Crucis contemporanea

Bellezza divina è il confronto tra l’artista e il sentimento del sacro da metà ‘800 all’Anno Santo 1950, nel tentativo di ricucire i fili di una maglia dalla trama logora ma non lacerata. Tra il cielo e la terra, le Avanguardie scelgono l’abisso dell’anima: l’arte scende dagli altari per interpretare l’ineffabile in capolavori dalla conflittualità immanente. Cristo soffre e muore, la sua immagine si secolarizza: la Sacra Famiglia si scompone di luce nella campagna ferrarese (Previati), o passa al tornio delle forme futuriste di Fillia; Gerusalemme diventa metropoli occidentale (Spencer e Costetti), mentre Gesù incontra la Maddalena sotto gli occhi di un gendarme tedesco (Dix). Le ultime stelle rimaste stanno a guardare impassibili il Bacio di Giuda (Montanari), mentre la ceramica dalle fenditure slabbrate, la materia ferita della Via Crucis di Fontana preannuncia la dimensione astratta dei tagli. I germi di un’innovazione necessaria si spingono ai limiti del consentito: l’evanescente Mater purissima di Morelli affianca la sensualità funerea della Madonna di Munch. La Rosa mystica mette le spine a contatto con il mondo, fra estasi erotica e agonia: gli spermatozoi della cornice fluttuano in direzione di un feto dal teschio deforme votato all’infelicità, già nell’Urlo. Sul Golgota bombardato la Maddalena scandalosamente nuda macchia la tela con il suo peccato carnale, il volto di Gesù è coperto dal ladrone. Il pictor diabolicus Guttuso inchioda sulla Croce l’umanità intera: è la tragedia di tutti, di oggi, di ieri, ma non dev’essere di domani. 

Il canto dolente del Novecento

Sulle macerie del Novecento brulica l’inferno dei viventi: nell’opera contemporanea più amata dal Santo Padre, la Crocifissione bianca di Chagall si fa simbolo dell’Olocausto. Ai piedi della Croce ardono i sette bracci del candelabro: intorno è il caos ma nella macabra danza scende la luce e il violino leva un grido di speranza. Un canto sommesso accompagna lo spettatore all’uscita: l’Angelus di Millet diffonde le note di una religiosità atavica nella campagna inondata dal crepuscolo. La preghiera intima e virginale della fanciulla al mattino di Vela contrasta con la devozione angosciata del padre di Munch, drammatica del cieco in riva al mare di Viani. In ultimo si odono non una ma mille melodie: la fanciulla di Casorati s’inginocchia, orientaleggiante e klimtiana, in un giardino di fustagno. Una visione limpida e senza tempo, in un mare di fiori botticelliani: è il giardino dei martiri di un Novecento (or)mai redento.

Serena Tacchini



MOSTRABellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana
QUANDOEvento concluso.
DOVEPALAZZO STROZZI
Piazza Degli Strozzi, 1
Firenze
CURATORIAnna MazzantiLudovica SebregondiLucia ManniniCarlo Sisi

Articolo pubblicato su Artribune [01.11.2016]: https://www.artribune.com/report/2016/11/mostra-federico-zandomeneghi-palazzo-zabarella-padova/

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