QUANDO PICASSO VA IN VACANZA

Pablo Picasso (a sinistra), Pierre Brune (al centro), Consuelo Araoz e Eudaldo (in secondo piano a destra). Céret, Anni ’50.

Museo d’Arte Moderna di Céret, Francia – Fino all’11 novembre 2015. Le villeggiature di Picasso e Braque la resero “Mecca del Cubismo”: Céret, cittadina di passaggio delle Avanguardie del ‘900, attende la monografica del catalano Plensa a fine giugno, con i suoi alfabeti muti e le parole esplose.

La “Mecca” del Cubismo

L’ispirazione si nasconde nei luoghi più impensabili, ma forse in vacanza qualcuno la trova più facilmente. Il giovane e squattrinato Picasso, al lavoro nell’umido appartamento di Montmartre, all’arrivo dell’estate tradì Parigi per Céret: si rifugiò sui Pirenei dal 1911 al 1913, alle porte dell’assolata Catalogna, in una cittadina di strade strette e ciliegi, che viveva al ritmo di fiere e corride. Picasso vi trascorse i mesi estivi con gli amici pionieri che, partiti per una vacanza, alla fine si erano trasferiti lì. Sperimentò cavalletto a cavalletto con Braque davanti alle colline assolate: i piani del paesaggio di Céret si scomposero sotto la calura estiva e c’è chi giura che lì fu il Cubismo sintetico. Dopo la Grande Guerra, gli arrivi degli artisti da Montparnasse si susseguirono a ondate, finché Céret divenne rifugio per molti esuli in fuga dal nazismo.

Céret, Museo d’Arte Moderna.

I pittori Haviland e Brune collezionarono le opere di questi artisti di passaggio e crearono negli anni ’50 il Museo d’Arte Moderna, nell’ex convento secentesco. I perni della collezione permanente sono Picasso e Matisse, donatori di pezzi d’eccezione, tra cui una serie di tazze in ceramica sul tema della corrida dal primo, e i disegni di Collioure dal secondo, il porto trasformato dai fauvisti nella Saint Tropez regionale. Dal Cubismo alla Scuola di Parigi, dal Nuovo Realismo al gruppo militante di Support Surface, gli artisti con la valigia in mano contribuirono tutti alla decostruzione del volto di Céret, fino al grado zero della pittura. 

Céret era terra franca, non più Parigi e non ancora Barcellona: offriva un tempo dilatato di sole, piaceri della tavola e donne. Quando il sacro fuoco dell’arte brucia lontano dalla città talvolta divampa, ed è stato questo il caso di Céret, più viva che mai nelle notti bohemiennes e nelle albe rosse come il vino di questi artisti in vacanza.

Le isole mute di Plensa

Jaume Plensa, Talking Continents, 2013, installazione alla Galerie Lelong.

È in calendario dal prossimo 27 giugno l’esposizione dello scultore catalano Jaume Plensa (Barcellona, 1955), già presente fino a novembre alla Biennale veneziana in San Giorgio Maggiore con l’opera Together. Grande attesa a Céret per alcune opere recenti dell’artista giramondo, che si lascia cullare dal ritmo magico delle parole e dal mistero di alfabeti sconosciuti. Le Silhouettes a grandezza naturale sono sospese, legate al burattinaio invisibile da nastri di versi poetici. Centinaia di lettere in acciaio si saldano tra loro alla rinfusa, a formare una folla di silenziosi eremiti. I Talking continents intessono un dialogo muto con l’universo: le lettere di parole esplose formano figure umane sedute in meditazione, solitarie e nomadi nel loro viaggio tra passato, presente e futuro. Gli uomini di Plensa sono isole che galleggiano senza sfiorarsi, costituiti dalla materia di una lingua in frantumi, non più in grado di comunicare. È prevista anche la monumentale installazione Air, Water, Void, in resina luminosa che cambia colore: tre figure mistiche, le mani che coprono la bocca, hanno il tramonto dentro. Gli occhi sono chiusi, le loro anime altrove. 

Serena Tacchini

Jaume Plensa, Talking Continents, 2013, installazione alla Galerie Lelong.

Articolo pubblicato su Artribune [01.11.2016]: https://www.artribune.com/report/2016/11/mostra-federico-zandomeneghi-palazzo-zabarella-padova/


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