LA ROSA DI FUOCO: la Barcellona di Picasso e Gaudí a Ferrara

Ferrara, Palazzo dei Diamanti – Fino al 19 luglio 2015. Il vento del Modernismo scompiglia la Barcellona di fine Ottocento: La Rosa di fuoco rivive il rovente passaggio di secolo attraverso le illusioni e i fantasmi dei suoi inquieti protagonisti. Un caleidoscopio di colori, ma i risvolti sono torbidi. 

«Il luogo dove il popolo lottò con coraggio, arrivando a imporsi per mezzo del terrore, fu Barcellona, la Rosa di Fuoco, come la chiamiamo noi in America.» [A. Loredo, militante anarchico]

I fantasmi del risveglio nella Barcellona che arde

Se il cambiamento scientificamente è l’unica costante, il modo in cui lo si affronta fa la differenza. Che si tratti di morte o ‘Rinascenza’, a fine ‘800 Barcellona è pronta a vivere la sua rivoluzione: il vento del Modernismo soffia da nord-est, dalla Parigi Art Nouveau, e nel 1888 scompiglia la capitale catalana all’apertura dell’Esposizione Universale. Sotto i riflettori dell’Europa, esibisce l’arrivo dello sviluppo industriale, allentando la presa sulle radici medievali e rurali. La miccia è la sete di progresso ma nelle mani degli anarchici la città divampa. I mucchi di sogni accatastati della “Rosa di fuoco” nel 1909 ardono fino alla cenere, culminando nelle violente repressioni della “settimana tragica”. 

I curatori rievocano magistralmente il ventennio catalano delle contraddizioni, attraverso gli occhi dei suoi visionari interpreti: non solo pittura e scultura, i Llorens indagano le arti grafiche, la fotografia, l’oreficeria e il teatro wagneriano. Lo spettatore passeggia per i vicoli lastricati di Gaudì, si ferma per un bicchiere di vino all’osteria-fucina Els Quatre Gats insieme a Casas, Rusiñol e al giovane Picasso. La sobria intimità negli interni borghesi stride, quando cala la notte, con gli ostentati eccessi di una modernità sull’orlo della perdizione: gli artisti fissano sulla tela Barcellona anima viziosa, tra droghe e vanità. La morfinomane di Rusiñol langue a letto nella penombra in uno spasmo di semincoscienza e sogni infranti; le ninfe di Anglada Camarasa, vaporose e iridescenti, sono i fuochi fatui della notte peccaminosa, ma nei volti di teschio i loro occhi assenti sono guizzi di anime perdute. E Coquiot, il “burattinaio infernale” di Picasso dal ghigno mefistofelico, si compiace nel turbinio infiammato del can can.

Lo sguardo si perde in un firmamento di fili metallici: le forme organiche e sinuose che pendono dal soffitto, capovolte nello specchio sottostante, diventano le torri e le guglie del modello per la Colònia Güell del genio eclettico Gaudì. La Barcellona del risveglio è irruente, non per nascita ma per deformazione: le sue forme si fanno liquide e rompono gli argini, come negli specchi per la “Pedrera”

Nonostante le suggestioni dalla Francia, quello sopra Barcellona non è lo stesso cielo di Parigi: la città spagnola nasconde in ogni pennellata la nota d’inquietudine che trasforma l’inno alla modernità in canto dolente. Nelle tele di Casas le esecuzioni capitali sono rituali d’incappucciati che si celebrano ancora in piazza e la sala da ballo del Moulin de la Galette, guizzante nei capolavori impressionisti, è malinconicamente semivuota.

I “miserabili” arrivano in coda anche nel percorso della mostra, uno strascico che arranca dietro al progresso troppo repentino; le gitane senza volto di Nonell si chiudono ermetiche nei mantelli del colore della notte. Barcellona viene risucchiata nel vortice blu, un tuffo nell’acqua gelida. Dall’abisso sale il monito alla dignità della Ragazza in camicia di Picasso: il suo sguardo sdegnoso racconta lo scempio che ha dinanzi e quanto alto sia stato il prezzo del cambiamento che Barcellona ha pagato per superare i propri limiti. 

Serena Tacchini


Articolo pubblicato su Artribune [01.11.2016]: https://www.artribune.com/report/2016/11/mostra-federico-zandomeneghi-palazzo-zabarella-padova/

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