IL PADIGLIONE DELLE PRIME VOLTE: l’Heidi Weber Museum di Le Corbusier

Il 21 maggio 2015 riapre l’Heidi Weber Museum a Zurigo, la casa-museo che Le Corbusier creò per la sua mecenate. L’edificio-testamento del genio della modernità riapre in occasione del cinquantesimo dalla morte con una mostra fotografica di Jürg Gasser sull’attività dell’architetto franco-svizzero a Chandigarh.

Quella che Heidi Weber nutrì nei confronti di Le Corbusier [La Chaux-de-Fonds, 1887 – Cap Martin, 1965] fu totale devozione intellettuale, una convergenza d’ispirazioni e intenti. Lei, designer d’interni e lungimirante gallerista ginevrina; lui, architetto e provocatorio teorico della modernità, da anni sulla cresta dell’onda. Heidi s’innamorò della genialità poliedrica dell’architetto svizzero e per prima ne espose tele e sculture, avviando anche la produzione dei suoi mobili in serie. Di lì a poco ne divenne la mecenate, oltre che la detentrice dei diritti di riproduzione, a partire da quella chaise longue che ha fatto la storia del design. Ben presto la Weber iniziò a desiderare “un edificio di Le Corbusier per le opere di Le Corbusier”: così, dalle linee nere e indecise dei primi schizzi, Corbu derivò le forme nette di quello che sarebbe diventato l’Heidi Weber Museum, ovvero una Maison de l’Homme tutta personale, uno spazio espositivo che ospitasse le sperimentazioni artistiche di una vita. Ma nel ‘65 morì e quest’ultimo progetto sarebbe diventato anche il suo testamento. 

Terminato postumo nel ‘67, il padiglione Weber sorge sulle rive del lago di Zurigo, nel cuore del parco dello Zürichhorn. La riapertura dopo il letargo invernale è prevista per il 21 maggio 2015: la città di Zurigo onora il cinquantesimo anno dalla morte con la mostra che si protrarrà fino al 4 ottobre 2015, Chandigarh sehen. Schweizer reportagen. È il reportage di foto scattate con gli occhi di Jürg Gasser sul capitolo Chandigarh, la capitale indiana del Punjab pianificata da Le Corbusier, progetto urbanistico che lo impegnò dal ’51 alla morte. Gli scatti iconici ai piedi dell’Himalaya raccontano il filo evolutivo 1968-2014 di Chandigarh: dalle fondamenta della città ideale nella mente di Le Corbusier, alla città realmente in crescita dell’ultimo viaggio di Gasser in India la scorsa primavera.

E il padiglione Weber diventa casa, il cui inquilino «abita un tempo che non è affatto necessariamente la storia del proprio tempo»: ama le foto in bianco e nero di un tempo troppo nitido per essere passato, nei suoi progetti dà spazio alle esigenze del presente ma usa forme del futuro. Una casa inconsueta, il museo Weber: a un primo sguardo pochi sarebbero in grado di attribuirlo a Le Corbusier, ma l’eclettismo è anche questo, l’eccezione che conferma la sua regola. In questo prototipo ideale di padiglione l’architetto non smette di ragionare ‘per cubi’, compiendo però una scelta atipica nei materiali: acciaio, vetro e pannelli di lamiera smaltata sostituiscono l’amata estetica del cemento, ora relegato all’‘accessorio’ della rampa esterna. 

Nella piccola casa-museo i colori primari migrano dall’interno per passare alle superfici esterne: sembrano smentire la fede incrollabile nel principio della ‘scatola bianca’ degli anni ’20 e ’30 e si distanziano anche dalla tenue palette del periodo purista. La vivace policromia nelle ‘tele astratte’ è affine all’uso del colore nei frangisole dell’Unité di Marsiglia e rende la Casa dell’Uomo esternamente iconica. Fluidi spazi interni focalizzano l’attenzione sui suoi oggetti d’arte, preservando allo stesso tempo l’intimità di un’abitazione. La copertura aerea è una struttura a sé: dal rovesciamento del timpano classico nascono i due parasoli contrapposti in acciaio, ripiegati come fogli di carta grigi. Sono sostenuti da pilastri metallici e riparano l’anima sottostante di cubi in vetro e smalto. 

Il visitatore entra in una scatola di luce, stravagante e prismatica come l’ingegno del suo autore, spregiudicata nell’incoerente potenziale poetico dei materiali industriali. Il gioco di colori puri, permeabili alla luce, è in armonia con la natura che li imbeve. Fine ultimo l’‘opera d’arte totale’, quel miraggio tanto vagheggiato dagli artisti del XX secolo: Le Corbusier ricerca la sintesi delle sue esperienze artistiche, ora meno utopica e più immanente. Con la Maison de l’Homme non ha ripensamenti sulla strada percorsa: dimostra invece di avere ancora l’energia per sperimentare, pur rimanendo fedele a se stesso, nonostante sia finito il tempo a disposizione. Una dedica agli inizi lontani e alle prime volte che sono le ultime, agli obiettivi ambiziosi di cui non si riesce a vedere la fine. 

Serena Tacchini


Articolo pubblicato su Artribune [01.11.2016]: https://www.artribune.com/report/2016/11/mostra-federico-zandomeneghi-palazzo-zabarella-padova/


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