VITTORIO CORCOS E L’ARTE DI INFRANGERE LE REGOLE

Passeggiata d’autore con Vittorio Corcos, al crepuscolo di una Belle Époque che sfuma in tempo perduto: va in mostra il dialogo silenzioso che il pittore livornese ha intessuto con gli uomini dell’Italia umbertina e le divine fin de siècle.

Dio benedica l’infrazione alla regola, perché è proprio l’uscita dagli schemi che ha salvato la pittura di Vittorio Corcos (Livorno, 1859 – Firenze, 1933) dall’oblio. Relegato per anni nelle esigue citazioni degli storici dell’arte, la monografica a Palazzo Zabarella ne rende la riscoperta ancora più sorprendente. Parigi lo adotta ventenne e lo glorifica come ritrattista mondano nell’olimpo delle ricche dee fin de siècle, tra vanità ed eccessi di un’epoca sull’orlo della perdizione.

V. Corcos, Autoritratto, 1913. Firenze, collezione di autoritratti agli Uffizi.
V. Corcos, Paolina Clelia Silvia Bondi, 1909. Collezione privata.

Se la Belle Époque è sognatrice e illusa, l’Italia i suoi sogni ha provato a concretizzarli nel 1861: Corcos la fissa sulla tela come paese nascente che deve fare i conti con i problemi di una sofferta unità, attraverso i ritratti dei grandi uomini che hanno contribuito a unirla. Paradossalmente, nonostante lo sforzo magistrale del pittore-chirurgo per cancellare i difetti estetici delle nobili maliarde, sono i ritratti maschili a rimanere insuperati. Gli uomini dell’Italia umbertina e dannunziana, ai quali poco interessava apparire con meno rughe, possiedono la carta vincente nella sfida contro il tempo: il carisma, l’unica vera bellezza che non conosce scadenza.

V. Corcos, Pietro Mascagni, 1891. Famiglia Mascagni.
V. Corcos, Yorick Pietro Coccoluto Ferrigni, 1889. Livorno, Museo Civico Giovanni.
V. Corcos, Le istitutrici ai Campi Elisi, 1892. Collezione privata Palazzo Foresti Carpi.
V. Corcos, Ritratto della Contessa Carolina Sommaruga Maraini, 1901. Fondazione per l’Istituto Svizzero di Roma.

La ritrattistica femminile delle sezioni centrali annaspa in un pulviscolo candido e talcato, un effluvio di pizzi, fiocchi bon ton e fiori dai colori pastello, al limite del lezioso sostenibile. Volti dalla perfezione pubblicitaria arridono all’osservatore, senza vederlo. Il pittore non va oltre la prova di bravura e cristallizza le giovani nel rettangolo soffocante del ritratto iperrealista: dipinge dive e divine «come desiderano d’essere, non come sono», assecondandone le manie di autocelebrazione.

V. Corcos, Maria José S.A.R. principessa di Piemonte, 1931. Collezione-privata.

V. Corcos, Isadora Duncan, 1905-1910. Collezione privata.

V. Corcos, Lina Cavalieri, 1903. Firenze, collezione privata.

Solo nel momento in cui Corcos infrange la regola di questa linea affettata si fa vero precursore di una modernità spregiudicata e ambiziosa, in cui le donne si offrono alla contemplazione guardando con sfida l’osservatore, senza temerne il giudizio. I loro occhi, specchi di un’anima colta ed emancipata, risplendono più di abiti e gioielli, perché le mode lasciano il tempo che trovano ma i loro sguardi no.

V. Corcos, In lettura sul mare, 1910 circa. Collezione privata.

Il segreto dei ritratti davvero riusciti di Corcos sta nell’imperfezione manifesta, che non chiede di essere censurata: qui si nasconde la bellezza che non scende a compromessi e non cede alla banalità, che non annoia. Le donne imperfette e consapevoli, quelle con ambizioni all’altezza dei propri sogni, sono l’ancora di salvezza che permette al pittore di ritrovare se stesso. Loro per prime si sono perse e ritrovate nelle pagine di libri non più proibiti, nella vezzosità piumata di abiti e cappelli; sfiorano il mondo con guanti di seta e ne attraversano i parchi con scarpette di vernice. Quando i loro occhi guardano il mare si tingono del colore del cielo: nostalgici presagi s’infrangono come le onde di Castiglioncello alle spalle di Ada. La Belle Époque è ormai agli sgoccioli e le donne percepiscono il cambiamento imminente come una folata di tempesta in arrivo.

V. Corcos, Sogni, 1896. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

E poi c’è lei, Elena Vecchi, la deviazione meglio riuscita. L’icona della decadenza sale sul banco degli imputati per “seducente perversità” e siede disinvolta con la gamba accavallata: è rivolta all’osservatore, la mano chiusa a pugno sorregge il mento. Il suo sguardo è altrove, non perso, oltre. I libri chiusi indicano una lezione di vita ormai appresa, causa di pensieri che non si addicono a una giovane donna di fine Ottocento. E se non si trattasse di “sogni dorati” ma di rimpianti? Consapevolezza di sogni infranti, portati via dal soffio di un autunno alle porte; di un amore che trascolora come i petali caduti a terra della rosa abbandonata accanto a lei; malinconia di un tempo sgualcito, come le copertine dei suoi libri.

Serena Tacchini

V. Corcos, La Coccolì, 1915. Vincenzo Ferrara.
MOSTRACorcos. I sogni della Belle Époque
DOVEPadova, Palazzo Zabarella
QUANDOEvento concluso il 14 dicembre 2014

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